


As i prometed you, i put the picturies we took in Jerash. Sincerily your friend
sabato 6 febbraio 2010
Storie di terra, di reti da letto e zucchine biologiche
I tre video qui di seguito sono un'ANTEPRIMA del videodocumentario a cui Paolo Pecchioli, Antropologo Culturale e Nadia Baldi, regista, tecnica del montaggio e documentarista, stanno lavorando da alcuni mesi, e che ha come focus ciò che in burocratese si chiamano Realtà Agricole Spontanee di Autoconsumo, ma che più semplicemente potrebbero essere chiamati ORTI ABUSIVI DI CITTA', nel nostro caso le città di Firenze, Empoli, Prato e Pistoia.
In questo documentario etnografico gli orti di città finiscono per trasformarsi in un prezioso pretesto che offre agli autori la possibilità di esplorare le AREE PERIURBANE DI PROVINCIA, alla scoperta di persone e luoghi carichi di poesia e di violenza, di dolcezza e ironia, di confusione e meraviglia. E' un viaggio antropologico fra chi abita queste realtà di confine, che ha lo scopo di dimostrare che gli orti urbani sono qualcosa di molto diverso da ciò che il nostro immaginario ci ha abituato a pensare. Troppo spesso l'IDEALIZZAZIONE DELLA RURALITA' tipica del nostro tempo, la rievocazione di un passato contadino idilliaco e immerso nel sogno ci impediscono di cogliere l'essenza vera di certi luoghi: di fatto sono realtà davvero poco conosciute, eppure estremamente frequenti, luoghi dove il nostro occhio non batte nonostante oggi siano un fenomeno in costante aumento, e quindi sono a tutti gli effetti PARTE DELLA CITTA', del suo paesaggio, della sua e della nostra attualità.
SU QUESTO BLOG SARANNO PUBBLICATA LA DATE DELLE VARIE PROIEZIONI DEL DOCUMENTARIO
Grazie
giovedì 4 febbraio 2010
Un chilometro a scelta
Un chilometro
Un kilometro con la k
Un km a piedi
Quando manca un km
Un km
Un km in salita
Il km lanciato
Poco più di un chilometro
Un km a cavallo
Un km /h
Un chilometro di troppo
Un km con papà
Un km per posta
Un km in macchina
Un km a lume di candela
Un km preferenziale
Un km con le rotelline
Un km con la ragazza sbagliata
Un km con la cravatta sbagliata
Un km per filo e per segno
Un km formato famiglia
Un km a posta
Un km in ascensore
Un km in tuta
Un km senza poterselo permettere
Un km per me
Un km senza il cappello
Un chilometro fra il si e il no
Lo stesso chilometro tutta la vita
Un km con l’ombrello
Un km con un certo non so che
Un km di Varenne
Un km a sinistra
Un km col dubbio
Un km in vestaglia da notte
Un km in più
Un chilometro con un certo stile
Un km in sorpasso
Un km stanchi
Un km al contrario
Un chilometro…o forse no
Un km fra muschi e licheni
Un km ai Grandi Magazzini
Un km con la palla al piede
Un km con le palle ai piedi
Un km ieri
Un km in derapage
Un km nell’infinito
Un km in scioltezza
Un km col vestito nuovo
Un km neanche a farlo a posta
Un km in lacrime
Un km con le emorroidi
Un km al luna park
Un km inutile
Un km alla Play Station
Un km così come viene
Un km in tanti
Un km in Via Roma
Un km nello spazio
Un km con Margerita Hacche
Un km d’autunno
Un km su una ruota
Un km in manette
Un km a manetta
Un km come non se ne vedevano da tempo
Un km bloccati
Un km e a fare la doccia
Un km in tandem
Un km per puro caso
Un km senza dare troppo nell’occhio
Un km e una radio
Non un chilometro, ottocento metri
Un km col mal di denti
Un km da dimenticare
Non sembra ma è un chilometro
Un km da malviventi
Un km appena
Un km si, ma con una certa tranquillità
Un km in ginocchio
Un km in processione
Un km di notte
Un km in mongolfiera
Un km nel paese delle meraviglie (con e senza Alice)
Meglio un chilometro soli che mal accompagnati
Un km controvento
Un km tutto curve
Un km di fila
Un km in fila
Proprio un chilometro
Un km con tua suocera
Un km con mia suocera
Un km in discesa
Un km del Chioccioli
Un km con Naomi Campbell
Un km finalmente
Un km solo
Un chilometro seguendo Carlotta
Un km con la carriola
Un km da sposi
Un solo km
Un km con l’uomo di lei
Un km con lei
Un km con lei senza lui
Un km da solo
Un km fermi
Un chilometro:
Un km in autostop
Due mezzi chilometri
Un km andata e ritorno
Un km in punta di piedi
Un km senza sigarette
Un km a tutti i costi
Un km di linoleum
Un chilometro tra virgolette
Un km in panda
Un km in acqua
Un km sott’acqua
Un km con una sigaretta
Un km con una sigaretta sola
Un km di spiaggia
Un km senza biglietto
Un km sulle uova
Un km sulla spiaggia
Un km di Paolo Rossi
Un km sul tapirulan
Un km terapeutico
Un km senz’acqua
Un km dietro al culo di Carlotta
Un km al fresco
Un km con un litro
Un chilometro neanche a farlo a posta
Un km in ciclette
Un km al giorno
Un km il giorno dopo
Un km con le gambe della bidella più anziana
Un km in tram
Un km con la bussola
Un km in carrozzina
Non la fare lunga un chilometro!
Un chilometro…
Un km senza freni
O un chilometro o nulla
Un km col pancione
Un km sul rapido Taranto - Ancona
Un km alla frontiera
Un km con la mia signora
Un chilometro ti sembra poco?
Un di Airton Senna
Un km a andare
Un km senza troppi complimenti
Un km con le mani in tasca
Un chilometro con le mani gelate
Un km dopo l’esame
Un km a tornare
Un km col gesso
Un km effettivo
Un chilometro senza guardare in faccia nessuno
Un km sulla neve
Un km che non si vedeva la fine
Un km com Mario
Quel chilometro che ti cambia la vita
La centomillesima parte del meridiano di Greenwech
Un km in Svizzera
Un km di Svizzera
Un km con il mal di testa
Un km sul chiaccio
Un km in Cina
Un km in passeggino
Un km con nochalance
Un km prima dell’esame
“un chilometro”
Un km esatto
Un chilometro come se niente fosse
Un km con Valentino Rossi
Un km per forza
Un km col passeggino
Un km freschi
Un km di duemilasettecentotrentasei
Un km anonimo
Un chilometro sul pullman di Aiazzone
Un km facendo finta di non saperlo
Un km a guinzaglio
Un km per il nostro bene
Un km per il bene di tutti
Un km senza marmitta
Un km d’Europa
Un km in prima classe
Un kilometro nelle gambe
Un km sotto la pioggia
Un km così così
…km oggi km domani
Un km improponibile
Un km di vigna
Un km in quei giorni
Un km ad occhi bassi
Un km in galleria
Il km come unità di misura
Un chilometro con le scarpe slacciate
Un km senza trovarla
Un km con la ruota bucata
Un km cambiando idea
Un km a stento
Un chilometro con le scarpe strette
Un km con le scarpe belle
Un km senz’aria condizionata
Un km che non mi ricordo….
Al km 67 della Grosseto - Viterbo
Un km Dr. Jackil
Un km Mr. Hide
Un km da camionisti
Un km in RollsRoice
Un km all’anno
Il chilometro non segnalato
Un km di diametro
Un km all’ombra
Un km Ninja
Un km in città
Un km a testa alta
Un km in testa
Un km la mattina presto
Un km cabriolet
Un km a spinta
Appena un km dopo
Un km d’Italia
Un km e basta
Un km di Obelix
Un km a denti stretti
Un km domani
Un km a Natale
A un km dallo stadio
Un km ubriaco
Un km senza te
Un km in fuga
A un km dall’autogrill
Un km all’alba
Un km col nonno
Un km coi finestrini chiusi
Un km qualunque
Un km col gregge
Un km un’altra volta
Un km con lei in quei giorni
Un km in carrozza
Un km dopo
Mille metri
Molti centimetri
Millimetri…..ehhh…
Un km in tram
Un km con il trombone
Un km col lecca lecca
Un km o giù di lì
Un chilometro senza fiatare
Un km marciando
www.unkilometro.com
www.unchilometro.it
Un km con Pippo Baudo
Un km abbondante
Un km con gli scarponi da sci
Un km al buio
Un chilometro ma solo per pochi centimetri
un chilometro per grazia di Dio
Stammi lontano almeno un chilometro
Un km prima
Un km in corteo
Ma un km dove?
Un km che non sa di esserlo
Un km vero
Un vero chilometro
Un chilometro che non mi sarei mai aspettato
Un km di fretta
Un km in aereo
Un km abbracciati
Un km di chilometri
Un km all’arrivo
Quel sogno che è lungo un chilometro
Un km a freddo
Un km col cavalletto rotto
Un km di celluloide
Un km scalzi
Quando dipende dai chilometri
Un km da cani
Lavaggio automatico a un km
Un km dopo di noi
Un km sui tacchi
Un km in miniera
Un km in miniatura
Un km tanto per dire qualcosa
Un km quadrato
Un km stradale
Un km alle spalle
Un km, ma niente di speciale
Quel chilometro che non ho mai corso
Un chilometro di jogging
Il km di un bambino
Un chilometro e passa
Un chilometro o due
Un km senza
Un km a fari spenti
Un km perfetto
Un km per te
Un km sulle spalle
Un chilometro?
Un km dal mare
Un km a vela
Un km d’altezza
Un km di lungomare
Un km senza patente
Infondo è solo un chilometro
Un km a testa
Scommettiamo che è più di un chilometro!?
Un km nudi
Un km svegli
Un km spenti
Un km dispari
Più o meno un chilometro
Cazzo! ancora un chilometro!
Un km in pantofole
Un km fischiando
Un chilometro come si deve
Un km fischiettando
Un km al sicuro
Un km con Zia Luisetta
….chilometro più chilometro meno
Il primo chilometro
A un km da casa
A un km da casa mia
Un km sotto le bombe
Un km in Ciao
Un km che sia un chilometro davvero
Mi raccomando, solo un chilometro
Un km senza trovarla
Un km in senso lato
Un km è uguale in tutto il mondo, anche in Corea
Un km zitti
Posto di blocco a metri 1000
Un km di spalle
L’usato a km 0
Ci fermiamo fra un km
E se ci beccano fra un chilometro?
Fra un km siamo arrivati
Un km gratis
Un km? è un po’ troppo
Un km per niente
Un km in provincia
Un chilometro in frak
Un km osservando
Un chilometro scarso
Un km piano
Un km piano piano
San Marino 1 km
Un km con la spia accesa
Anche più che un chilometro
Il km prima della multa
Un km in Marocco
Un km senza rete
Un km con il senno di poi
Un km al casello
Un km che non conosco
Continui un chilometro dopo il semaforo e se lo trova di fronte
Un km circa
Un altro km con la spia accesa
Un km dopo cena
Un tanto al chilometro
Un km dopo l’altro
Un km il primo dell’anno
Un km anomalo
No no, meno d’ un chilometro…
Un km a stomaco vuoto
Un km tenendoci d’occhio
0,6 miglia marine
Un km senza pensarci
Un km da reduci
Un km senza pensarci troppo
Un km senza fermarsi
Il tuo chilometro
Un km di tubature
Un km con lo stipendio in tasca
Che ci stai zittina almeno un chilometro!!
Un km con le scarpe nuove
Un km al chiaro di luna
Un km in divisa
Un km dopo dieci chilometri
Un km senza chiavi
Il km più lungo della mia vita
Un km in vespa
Un chilometro e sei arrivato
Un km al vento
Un km nel bosco
Un km di fili elettrici
Un km che non ti aspetti
Un km come tanti
Un km ed è fatta
Un km di fognatura
Un km di penalità
Un km che non conoscevo prima
Un km sotto
Il km che vale l’altro
Un km di rally
Un km di una tartaruga
Un km con i bagagli
Un km con i suoi bagagli
Un km parlando del più e del meno
Un km per darti un’idea
Un km da vecchi
Un chilometro per vecchi
Un chilometro a seconda dei casi
Un km sul serio
Un km da nero
Un km a quattro zampe
Un km con un nergro
A un km dai vigili urbani
Un km in ambulanza
Un km in coppia
Un km all’aperto
Un km al rimorchio
A un km dal baratro
Un km scortati
Un km sterrato
Un km al mercato
Un km al telefono
Chilomètro? No, chilòmetro
Un km con le borse della spesa
Un km senza scuse
Un km di strada stretta
Un km sui pattini
Un km dormendo
Un km ma senza usare il flash
Un km su pista
Un km con Frank Sinatra
Un km chilometro con l’erre moscia
Comunque un chilometro
A un km dalla scuola
Un km di scuolaguida
Un km a spasso
Un km col prete
Un km stupefatti (nel senso di drogati)
Un km in gita
Un km all’Isola d’Elba
Un km a moscacieca
Un km senza precedenti
Un km senza tante scuse
Un km asfaltato
Un km spesso
Un km con i vecchi amici
Un km senza rendersene conto
Un km come ai vecchi tempi
Un km e sono fritto
Il km di una formica
Un chilometro senza perderci di vista
Parlavo e senza accorgermene ho fatto un chilometro
Il contachilometri
Un chilometro con tutti i finestrini aperti
Un km da colpevole
Un km in beneficienza
Fammi il calcolo al chilometro
Un chilometro alla conclusione
Un chilometro per finire in bellezza
L’ultimo chilometro davvero.
martedì 2 febbraio 2010
Il paesaggio degli orti urbani: una lettura antropologica

La cosmologia, la mitologia, le tradizioni storiche e le concezioni religiose di una comunità si proiettano sul territorio e vi si radicano, legando strettamente le vicende storiche e le istituzioni sociali con il contesto fisico e geografico.
(Condominas, G.)
Il paesaggio come fatto umano rientra nelle preoccupazioni dell’antropologia nella misura in cui è la posta in gioco dei rapporti sociali, supporto e risultato di percezioni comuni culturalmente consolidate. Il paesaggio è un’entità così umana da essere oggetto e pretesto di strumentalizzazioni, giochi di potere, meta di conquista e icona da esibire in rivendicazioni territoriali. Nel tempo, caricato di significati politici, è stato simbolo della nazione, della patria; quasi sempre è al centro del confronto tra il potere e i gruppi sociali che lo contestano.

Ibridità omogenee
Dove le strade dritte delle zone industriali incrociano quelle di campagna, segnati da un recinto fatto di canne, reti da letto, vecchi infissi e brandelli di rete metallica ricoperti di vegetazione rampicante stanno gli orti urbani. Dove la terra sa di calce: la si lavora o con le ruspe o con le mani. Sottoforma di insediamenti o del tutto appartati, inglobati con gli elementi più “forti” della dimensione urbana, occupano interstizi, sottili strisce di terra fra un isolato ed un altro, bordi di strade e porzioni di suolo non asfaltate fra edifici pubblici, vecchie fabbriche, sopraelevate, raccordi stradali ed incroci. La contaminazione è totale: oggetti di recupero provenienti dalla città, re-inventati negli usi e nelle funzioni, si uniscono a quelli provenienti dalle abitazioni private degli stessi costruttori, arricchiti di una nuova carica simbolica. La gestione del territorio - di un “fuori” - riflette la socialità della vita condominiale, quindi di un “dentro”: dalla manutenzione all’ arredamento, dal senso di proprietà ai rapporti di vicinato. Possiamo infatti considerare gli orti urbani una dimensione abitativa parallela a quella primaria: una miscela di intimità domestica e culto della strada, di proprietà privata e terra di nessuno. Recintare è il primo atto significativo: nella costruzione di un orto prima di occuparsi della terra, ci si occupa del territorio. E’ un atto che non si esaurisce in un solo momento, ma dura col perdurare dell’orto: ad oggetti preesistenti se ne affiancano nuovi, e nulla sostituisce nulla, ma tutto si appoggia e si unisce al già presente.
La percezione estetica che i costruttori di un orto hanno del paesaggio non sempre è allineata con i canoni della sensibilità ecologica contemporanea: ciò che viene ammirato di questo paesaggio è piuttosto il modo in cui è stato lavorato, cambiato, e se e quanto esso sia utile. I canoni estetici di “un bell’orto” risiedono nel lavoro ben fatto, nella capacità con la quale si è data forma alla materia grezza con il proprio lavoro, nell’abilità con cui si sono resi efficaci oggetti ricavati inventando assemblaggi e sovrapposizioni. Allo stesso modo i canoni estetici attraverso i quali gli autori degli orti giudicano le loro costruzioni non corrispondono a quelli dell’architettura contemporanea, né ai criteri di ordine/disordine secondo il costruire - e oserei dire l’arredare “colto” della post-modernità. Esiste un corpo di saperi superiore cui i costruttori fanno riferimento, qualcosa di molto più solido che non l’estro o l’iniziativa personale dell’autore. Può meravigliare infatti la presenza di moltitudini, cataste e mucchi di materiali fra i più svariati, tanto da far pensare ad un preciso intento estetico basato sulla predilezione di due stadi opposti e reciproci: il bilico e l’incastro. Il bilico pervade gli orti in maniera omogenea riflettendo la leggerezza degli gli ambienti provvisori. E’ lo stadio delle cose solo appoggiate e sospese in equilibrio. Gli oggetti in bilico sono sottratti di fatto dalla dimensione terrena per quella aerea, insieme a tutto ciò che non tocca la terra. Paradossalmente persino le aree in cui gli orti nascono possono essere considerate in bilico: in bilico fra l’inconsueto e il canonico, fra il legale e l’abusivo, fra l’urbano e il rurale, fra lo stanziale e il precario. E’ una sfida alla vacuità che trova negli incastri, nelle cose conficcate fra loro l’una nell’altra o nella profondità del suolo, una risposta strategica. Ogni incastro esprime l’intenzione definitiva di aggrapparsi alla terra, preludio scaramantico contro l’incubo costante di una ruspa che un giorno o l’altro butti giù tutto quanto.

Ridondanze
E’ significativa la costanza con cui certi oggetti ricorrano sempre con l’identica modalità di impiego da un orto ad un altro, da un insediamento ad un altro, anche distanti fra loro. Oggetti che curiosamente mantengono anche le stesse funzioni: basta pensare ai bidoni azzurri, alle reti da letto, alle lamiere ondulate ma soprattutto al vasto corollario di elementi derivati del vecchio arredo domestico cittadino, dai tappeti ai divani, dai tavoli ai lampadari.
Gli orti sono costruiti per lo più con oggetti che in casa non hanno più un posto, perché vecchi, rotti, consumati. Non è difficile trovarvi vecchi numeri civici collocati agli ingressi, citofoni guasti, cassette per le lettere, cornetti rossi scaramantici, o quadretti con immagini sacre, sistemati con seriosità, senso del paradosso e devozione sincera. Soprattutto per questo gli orti urbani si prestano a formidabile esempio di come “il paesaggio” sia allo stesso tempo contenitore e riflesso di scelte, necessità, e irrequietudini del gruppo umano che lo costruisce. Come un testo il paesaggio permette di essere letto: decodificarne la struttura vuol dire in sostanza arrivare all’uomo.
lunedì 18 gennaio 2010
venerdì 15 gennaio 2010
L'Oriente immaginato e l'architettura di confine

Il Grand Hotel Alhambra Palace
Ciò che fa dell’hotel Alhambra Palace un edificio singolare, allora come oggi, è la peculiare lettura dell’oriente che emerge dalle sue forme: nulla, di fatto, è davvero orientale se non l’atmosfera che i suoi costruttori intesero restituire. L’architetto inglese Mr. Lowet e il granadino Modesto Cendoya disegnarono un edificio signolare e di stranissima mole, in cui le forme alhambriste si fondessero coi volumi di altri due grandi simboli dell’architettura arabo-ispanica come la Torre del Oro di Siviglia e las Murallas di Avila.
E’ questo il dato costante dell’orientalismo europeo, ovvero la rielaborazione in chiave occidentale degli elementi architettonici tipici di un oriente idealizzato, mai reale, ma sempre filtrato dall’occhio occidentale sulla base di categorie culturali e canoni estetici propri.
Reale o immaginario, trasfigurato o fittizio, sta di fatto che sul finire dell’Ottocento, in Europa, l’Oriente è prepotentemente di moda.


venerdì 4 settembre 2009
Una bella auto nuova. Bianca.

Tessera #8
Una bella auto nuova, lunga, bianca. Sono sempre piu' numerose sulle strade le auto bianche di grossa cilindrata. Segno di una nuova stagione, senza dubbio. A dire il vero non mi ero accorto di niente fino a quando il venditore della mia nuova auto non me lo fa notare: questa sarebbe bella anche bianca, mi dice mentre trattiamo il prezzo, avrá visto quante ne circolano adesso....
E in quel preciso momento iniziarono a correre per la mia mente tantissime auto, bianche, di grossa cilindrata, tutte quelle che fino a quel momento non avevo notato e tutte bianche, tutte lunghe, tutte grosse e pulite.
Sono stato anche io ad un passo da comprarne una.
sabato 2 agosto 2008
Un giorno in Europa: nuove forme di emigrazione

“Un giorno in Europa: nuove forme di emigrazione, è un
documentario appena sfornato dalla MelBal produzioni,
produttrice squattrinata che si è presa la bega di toccare un
tasto difficile e complicato: ma sarà vero che questi italiani
non sono più un popolo di emigranti? Sarà vero che il
fenomeno chiamato emigrazione riguarda il passato del
nostro Paese e non più il presente? Sarà vero che gli italiani
hanno smesso di far valigia alla ricerca di miglior fortuna
altrove?
Perchè quando parliamo di emigrazione ricevuta, e quindi di
marocchini, albanesi, rumeni, moldavi, rom, senegalesi,
nigeriani e tutto il resto, siamo più o meno tutti d'accordo.
Ma quando decidiamo, da italiani quali siamo, e quindi da europei, di guardarci allo specchio e disottoporci alle stesse domande, ponendoci allo stesso livello culturale e sociale e nelle stessesituazioni di coloro che chiamiamo emigrati, le cose cambiano.
Osservare le nostre realtà come osserviamo quelle "altre", implica uno sforzo culturale considerevole: è ciò che in antropologia prende il nome di straneamento culturale; implica in primo luogo la sospensione di giudizi morali e la volontà di rimuovere sovrastrutture culturali che negli
anni, sedimentandosi, hanno portato alla formazione di stereotipi e luoghi comuni nei confronti dell'alterita'. Vuol dire in altre parole capovolgere l'obbiettivo, puntarlo su noi stessi: è l'osservatore che diventa osservato.
E magari ci accorgiamo che gli italiani che vivono fuori dall'Italia sono davvero tantissimi, e che oggi come cinquant’anni fa molti italiani continuano a cercare fuori dal proprio Paese possibilità nuove, come cambiare il proprio status, la propria situazione affettiva o economica, mettendo in discussione il proprio senso di identità o la propria idea del mondo. E magari ci accorgiamo che di
queste nuove forme di emigrazione e delle dinamiche che le muovono si sa ben poco: mancano cifre, dati, testimonianze. Cerchiamo di capire perché.
Un giorno in Europa si compone di quattro storie, quattro storie di italiani all'estero. Le loro vicende private si intrecciano con i risvolti della nuova realtà europea in città quali Berlino, Praga, Santiago de Compostela, Amsterdam e Prato, che è la realtà da cui provengono. La vita affettiva, il lavoro, le
aspirazioni, le difficoltà di quattro persone che solo trenta o quaranta anni fa avremmo chiamato emigranti. E oggi come dovremmo chiamarli?
Dolce, delicato, ironico e commovente. Va visto”.
Paolo Pecchioli
Antropologo culturale
Regia: Ettore Melani.
Montaggio: Nadia Baldi.
Durata 1h
giovedì 3 luglio 2008
Il calcio e la barba
Tessera#7
Mentre guardavo Spagna/Grecia degli europei, notavo che oggi il mondo del calcio professionista europeo è praticamete un mondo di senza barba. O almeno senza una barba lunga. Sono tutti rasati, calciatori, allenatori, arbitri, lo staff tecnico in panchina, tutti rasati. E se ci penso prima di trovare nella mia memosria un giocatore con la barba devo andare indietro di almeno venti anni. o sbaglio?
ps.
Però mi sembra che un giocatore della Germania....
El Butanero
Tessera#6
Una delle figure leggendarie della Spagna contemporanea è il butanero.
Il Butanero é quel signore che ti porta la bombola di gas in casa. E' vestito di blu e arancione che sono anche i colori di una marca di carburanti e viaggia con un camioncino pieno di bombole, arancioni anche loro. Passa uno o due o tre giorni al mese, quindi bisogna organizzarsi. Prendo pieno / lascio vuoto. Puó piazzarti direttamente la bombola ai fornelli di cucina o lasciarne tre o quattro nell'atrio per i condomini, puó mandartene una al terzo piano con l'ascensore e quando l'ascensore non c´é, te la porta lui. E' una figura leggendaria, il butanero. il butanero evoca le imprese folli ed eroiche di Don Quicote. E' diverso dal nostro idraulico sciupafemmine. Il butanero è buono: é innocuo. E' un lavoro di fatica il suo: può fare, bombola in spalla, cinque piani di scale senza lamentarsi; lo dice anche il suo contratto.
Il butanero é una figura mitologica: per carnevale ci si può mascherare da butanero: il costume lo si trova nei negozi vicino a quelli di Stanlio e Ollio, Charlie Chaplin, Rambo. E' un po' come per noi vestirsi da nutella. E' nella Spagna degli anni settanta che si spinge in alto, delle palazzine di otto piani senza ascensore, che il butanero fa il suo ingresso nell'olimpo: penetra le profonditá dell'immaginario collettivo spagnolo fino ad entrare nei proverbi, nei modi di dire, nelle barzellette, nelle canzoni, nella pubblicitá: è sinonimo di accettazione eroica della vita, e la sua natura é intrisa di potente tragicitá. Tutti siamo d'accordo nel dire che il suo stipendio non sarà mai troppo alto, che le mance che riceve non saranno mai adeguate al suo sforzo, e si rimane sempre con il senso di colpa quando se ne va, tutto sudato, e si toglie il cappelletto arancione.
L'orchestra nera
Tessera#5
Un amico che é stato in Africa mi ha detto che l'Orchestra Nazionale della Repubblica Democratica del Congo è l'unica al mondo ad essere composta da soli neri, compreso il direttore d'orchestra. Ho indagato ed è vero. E io che non ci avevo mai pensato...
Il pastore con l'iPod
Tessera#4
Mi sono subito ricordato dei Tuareg con i Ray Ban e i Masai Mara con il pc portatile quando qui, a Calasetta, in Sardegna, ho visto proprio ieri un giovane pastore con l'iPod.
Il paesaggio tosco-balcanico
Tessera#3
Il Paesaggio toscano da cartolina che tutti conosciamo è sempre più balcanico.
Anche se sotto la direzione di maestranze locali, sono tantissimi i muratori albanesi e kosovari che lavorano nella ristrutturazione dei vecchi cascinali toscani. Ruderi fatiscenti divorati dalle piante selvatiche diventano veri e propri gioielli. Intere aree recuperano nuovo fascino e nuova bellezza, il costo del metro quadrato abitativo raggiunge prezzi pazzeschi, e i paesini scomodissimi e poco appetibili di un tempo diventano mete contese dai nuovi ricchi. Il paesaggio toscano va, e piace, ai turisti stranieri e anche agli italiani. Va anche il turismo del benessere, l'agriturismo, l'ecoturismo, l'enoturismo, il turismo di campagna, ma questo non succede da ieri, sia chiaro. E' un processo che anzi sta arrivando al suo culmine. 
Cosa sarebbe stato del paesaggio toscano mitizzato nei film e nelle cartoline, nei resoconti dei viaggiatori nordeuropei e americani, senza l'ondata di manodopera balcanica che si è riversata in toscana agli inizi degli anni novanta, e poi assoldata dalle imprese edili locali?
Quando parliamo di paesaggio toscano, il nostro senso di identità e di appartenenza si sentono coinvolti. Dovremmo pensare che mattone dopo mattone, pietra dopo pietra, il paesaggio toscano che fa sognare i turisti e i non turisti, ha anche un'anima balcanica. Che ci piaccia o no.
Il falso mito del coniglio nano
Tessera#2
Francesco, figlio di un mio carissimo amico, voleva un coniglietto. Un coniglietto da compagnia. Lo aveva desiderato fortemente per quattro lunghe settimane, dopo averlo visto in vetrina ad un banco del luna park la domenica di Pasqua. Gli assicurarono che si trattava di un coniglio nano, una specie da appartamento, che non cresce più di tanto, anzi, rimane piccolo piccolo, mangia poco, sporca poco, non ha bisogno di cure eccessive e può rimanere chiuso in casa anche intere giornate, quando mamma e papà sono a lavoro. Ha bisogno della vaschetta del cibo e di quella per i bisogni, poi si arrangia da solo. Francesco era contento, e anche suo padre e sua madre erano contenti, e forse anche Nerino, così lo chiamarono, era contento.
La moda del coniglio nano che rimane piccolo piccolo, immobile nelle sue dimensioni, come i giocattoli, prese campo durante i primi anni novanta, e negli ultimi tempi sembra aver preso nuovo vigore. Ho conosciuto più di una famiglia che a suo tempo decise di allevarne uno, tutte quante, in seguito accomunate dalla stessa sorte: Nerino oggi si fa chiamare Nerone. Non entra più nella sua gabbietta e non si accontanta più delle micro porzioni di cibo dei primi giorni. Ha il nome di un imperatore e anche la sua stazza è imperiale.
Sergio, il nonno di Francesco, che i conigli gli ha sempre allevati, ma per mangiarli, oggi incredulo, giura di non averne mai visti di così grassi né di così grossi.
Quelli della maglietta
Tessera#1
Quelli della maglietta
Ieri la Fiorentina è entrata in Europa:
per molti oggi è ancora festa.
Sono tantissime le magliette viola in giro.
Oggi al bar anche il geometra Cavicchi ce l'ha. Ha quella col giglio bianco, grosso, in campo viola,
sformato per via della pancia.
Anche Antonello del chiosco ce l'ha, mi ha detto che è dell'ottantasette, vecchia di vent'anni.
Anche i camminatori della mattina e i passeggianti delle dieci e mezza
con il cane, anche loro ce l'hanno, la maglietta viola, come i corridori, che ce l'anno sudata sulla schiena, e di cotone e anche scolorita.
Anche due ragazzini che aspettano il pulmino giallo della scuola, ce l'hanno, nuova nuova, e lucida.
E poi ci sono una quantità misteriosa di magliette che non si vedono e che so che c'erano.
E' emersa intorno a me una tribù silenziosa, della quale non faccio nessuna fatica a riconoscerne l'umore
e neanche a interpretarne il sentimento, né faccio fatica a immaginare quello che si dicono, quelli con la maglietta,
quando s' incontrano.
Oggi è il lunedì successivo all'ultima giornata di campionato. In nessuna parte d' Italia, oggi, è un giorno qualsiasi.
mercoledì 16 aprile 2008
Seminari di Antropologia Culturale

Antropologia.
Approfondimenti sui temi del colonialismo,
dell'ambientalismo e delle dominazioni linguistiche.
Invito e calendario
a cura di Nadia Breda
Aprile 2008
1 Aprile ore .16-19 IL VEGAN-ALIENO. Testimonianze di vita e percorsi etnografico-letterari
sul veganesimo, seminario della dr.ssa Elisa Di Bernardo
2 Aprile 2008 ore 11-13 continuazione del seminario e conclusioni. Dibattito
8 aprile ore 13.15 “…UN PRODOTTO COLONIALE. UN FRUTTO CANDIDO E
GENEROSO...” (P. Neruda). La donna della “colonia” seminario del dr. Mauro Sbordoni
9 aprile ore 9-11 Continuazione del seminario e conclusioni. Dibattito
15 aprile ore 13-15 IL MONDO COLONIALE FRA IMMAGINARIO ED IMMAGINE,
seminario del dr. Paolo Pecchioli
16 aprile ore 9-11, continuazione del seminario del dr. Pecchioli. Proiezioni.
18 aprile ore 12-14 continuazione del seminario e conclusioni. Dibattito
22 aprile ore 13-15 L’ARTEFATTO DEGLI “ALTRI”. DA OGGETTO DI INVENTARIO A
OPERA D’ARTE Il manufatto “coloniale”, seminario del dr. Mauro Sbordoni
23 aprile ore 9-11 Continuazione del seminario e conclusioni. Dibattito
Maggio 2008
23 maggio ore 12-14, LA WOLOFISATION, seminario della dr.ssa Diye Ndiaye.
Sede degli incontri: Dipartimento di Studi Sociali, Università di Firenze,
Via Cavour 82, Firenze. Tel. segreteria didattica 0552757761
martedì 1 gennaio 2008
El Orientalismo desde el Sur
RESUMEN DE LA INTERVENCIÓN DE JUAN CARLOS MARSET, PROFESOR DE ESTÉTICA DE LA UNIVERSIDAD DE SEVILLA Y DELEGADO DE CULTURA DEL EXCELENTÍSIMO AYUNTAMIENTO DE SEVILLA
Creo que la introducción al volumen, debida a José Antonio, es una pieza maestra. Cuando yo estudiaba en la Columbia University a mitad de los años ochenta, Edward Said era uno de los profesores que allí enseñaba. Yo estuve matriculado de sus cursos pero finalmente me borré. Todo era demasiado simple o maniqueo. Me ocurría igual con los cursos de Julia Kristeva sobre género. A Said se le ha cogido en numerosas contradicciones epistemológicas. Esto es sabido. Lo que ocurre es que José Antonio analiza todo eso sin violentarse, no hay manera de rebatir el discurso, y eso es lo raro hoy. El orientalismo es un fenómeno complejo. Los jeques del petróleo hoy día adornan sus casas con cuadros de Delacroix. Existe la participación “indígena” en toda esa producción. Se puede entrar desde diferentes registros. Desde el punto de vista filosófico sería lógico, como ha hecho José Antonio, optar por el “falsasionismo” y por la pluralidad. Me parece que además hay otros conceptos que son muy fructíferos en el volumen, y que van a dar que hablar, como es el de “frontera cultural”, donde nos encontramos nosotros. Creo que es muy importante introducir en este debate sobre lo oriental el mundo extremo oriental, el Japón por ejemplo. Todo esto lo digo a sabiendas de que en Sevilla hay una Fundación que se llama Baremboin-Said, y que eso está bien. Pero sobre todo, yo que soy delegado de cultura de la ciudad de Sevilla, nacido en Santander, de orígenes entre albaceteños y vascos, casado con una alemana, no me siento con “raíces”, creo que el mundo es plural, y que hace falta el dialogo de civilizaciones. Diálogo en el sentido de Bajtin. Se ha banalizado mucho con esos términos. Así que termino con la idea de pluralidad y la necesidad de pensamiento crítico.
RESUMEN DE LA INTERVENCIÓN DE JUAN CALATRAVA, DIRECTOR DE LA ESCUELA SUPERIOR DE ARQUITECTURA DE LA UNIVERSIDAD DE GRANADA
Me uno a las palabras de Juan Carlos Marste en lo referente a la importancia de revisar el concepto de orientalismo. Aprovecho la ocasión para señalar que el libro que tenemos entre manos surgió en el Centro de Investigaciones Etnológicas “Ángel Ganivet”, que durante trece años fue un verdadero semillero de debates de la mayor trascendencia bajo la dirección de José Antonio. Ante determinados problemas cabe la posibilidad de renunciar a la razón buscando salidas formales, como si ese escepticismo llevase consigo la derrota de todo pensamiento. Aquí ante uns salida fracasada se sigue reflexionando. En lo que se refiere en particular a mi intervención en el libro, que se corresponde con el análisis de la aportación de un hiperracionalista como Le Corbusier , sobre cuya obra ahora preparo una exposición en el Centro Reina Sofía, he de señalar que ante Argel Le Corbusier pensaba que no solamente había que hacer reformas sino que se tenía que salvaguardar la casba, ya que ella representaba soluciones originales al problema del urbanismo que con la sola racionalidad no se podía conseguir. Creo que en este volumen se han explorado conceptos inagotables que nos llevan a plantearnos numerosas preguntas sobre lo oriental, y que la arquitectura está representada no sólo con mi contribución sino al menos con la de Rodrigo Gutiérrez sobre la influencia orientalista en la arquitectura latinoamericana y la de Mohammed Metalsi sobre el Marruecos colonial. Hoy sabemos, además, que la arquitectura islámica no es un todo quieto frente a las evoluciones de la arquiectura occidental, y que tiene su propia evolución interna. Vuelvo a reiterar que esta es una primera aportación a la que habrán de seguir otras.
PALABRAS DE PRESENTACIÓN DE JOSÉ ANTONIO GONZÁLEZ ALCANTUD
En el capítulo de agradecimientos quisiera mencionar a la Consejería de Cultura, Programa Rilhá Huellas de la Memoria, en la persona de don Jesús Romero, a la Casa de los Tiros, en la de don Francisco de la Oliva, a la Editorial Anthropos en la de don Esteban Mate, y por supuesto a mis queridos amigos Juan Carlos Marset y Juan Calatrava, que unen a esa condición la de ser magníficos intelectuales, y ostentar cargos públicos, delegado de cultura del Ayuntamiento de Sevilla, y director de la Escuela de Arquitectura de la UGR respectivamente. Le agradezco especialmente a Juan Carlos el haberse desplazado con su familia hasta Granada para esta ocasión, lo que es un gesto de amistad evidente.
Como mis ellos han puesto de manifiesta este libro viene a contribuir a la revisión del concepto de orientalismo. Cada vez genera más atracción estos asuntos tras el 11-s. El corpus de conocimientos que se va adquiriendo es muy amplio, sobre todo en lengua inglesa, poco menos en francés. Se están exhumando figuras secundarias, rastreando nuevas pistas y revisando hipótesis antiguas. El tema sigue siendo apasionante en sí mismo. No diré más para evitar redundancias.
Nosotros vamos a introducir la variable andaluza en el debate del orientalismo. Aunque parezca mentira la variable andaluza sigue estando muy subordinada. Creo que entre nosotros existe ya la necesidad de lanzar un debate propio, con argumentos de nuestra singular frontera cultural, vieja aspiración de quienes nos precedieron, muchos de ellos orientalistas emocionales (Blas Infante, de las Cagigas, Gil Benumeya, Bertuchi), y los menos racionalistas (Torres Balbás, García Gómez, entre otros). No obstante, son pocos son los investigadores que se dedican a este cometido, un puñado (E.Dizy, E.Martín Corrales, Amelina Correa, V. Morales Lezcano, Lily Litvak, entre otros). La subordinación a los parámetros interpretativos surgidos en el exterior han bloqueado nuestro propio conocimiento. El último, el meteoro Said, impactado en nuestras mentalidades sin que nadie diga nada a contrario.
Pero ante todo no se trata de introducir lo nuestro, sino de conseguir introducir la variable andaluza, y para ello hay que mirar lejos. Yo particularmente he procurado hacer eso metiendome en el laberinto de estudiar el orientalismo norteamericano o la génesis de Tombuctú como imagen del Oriente mistéric. Hay que huir de mirarnos sólo en nuestro espejo, que por demás es bastante atractivo para no quedar atrapado por él. Si no estudiamos otros orientalismos, incluido el extremoriental, difícilmente podremos devolvernos nuestra propia imagen sin distorsiones.
Este libro, que es colectivo, aunque reconozco en él una mayor impronta mía que en otros que he coordinado, no se podría explicar sin la pasión, inteligencia y capacidad de aguante de los autores, que han tenido que esperar cuatro años a su edición, dilatado período abierto con la crisis del Centro G anivet, donde se gestó. En el libro se abordan desde los orígenes del orientalismo en el mundo moderno, hasta los proyectos leborbusianos de Árgel, sin olvidar la filosofía de Edgard Quinet, los viajes de Edmondo de Amicis, el orientalismo periférico visto desde Melilla, el orientalismo menos marginal de Málaga, los debates entre arabistas y orientalistas, la fascinación alhambrista en América Latina, la egiptomanía en España, el orientalista granadino Isaac Muñoz, la arquitectura lyauteyana, y los precitados orientalismo norteamericano y tombuctiano, más las preguntas por la posibilidad de un diccionario de orientalistas, y el papel que ocupa en todo esto el canon destilado desde Andalucía. Es una obra colectiva en la que yo particularmente me he volcado mucho, y es un libro para leer, aunque también podía haber sido un libro para
giovedì 19 aprile 2007
Tuskanity

Presentazione del volume "Erbe spontanee del nostro territorio"
Fotografia di Stefania Mari
Testi e presentazione di Paolo Pecchioli
E’ il “prato” ciò che noi vediamo, oppure vediamo un’erba più un’erba più un’erba...?
(Italo Calvino; Palomar)
Abbiamo deciso di realizzare questo lavoro credendo nella sua utilità.
Siamo convinti che saper distinguere un raperonzolo, una calendula, il fiore della borragine o quello di un tarassaco dal verde indistinto di un prato o di un campo, sia utile almeno per due motivi. Il primo motivo è il rispetto che scaturisce dalla conoscenza: quel prato che fino a ieri abbiamo guardato come si guarda una distesa verde ed uniforme, improvvisamente si riempie di nomi, di significati, di differenze. La distesa verde si svela essere composta da piccoli insiemi di unità, gruppi e sottogruppi, da insiemi di differenze. Se lo si guarda con attenzione, siamo certi che un prato può diventare la bellissima metafora del mondo. E’ un po’ quello che succede al signor Palomar di Italo Calvino mentre osserva il praticello nel giardino di casa.
I prati ed i campi del nostro territorio probabilmente si ripetono da anni nella loro composizione, ma il nostro sguardo no, il nostro sguardo può cambiare e con esso può cambiare il modo di pensarli e di rapportarsi con essi. Ed ecco che ciò che fino a ieri chiamavamo terra, col cambiare del nostro sguardo e del nostro punto di vista può diventare territorio e poi ancora paesaggio.
E’ questo il secondo motivo che ci ha spinto a realizzare questo lavoro: la convinzione di star contribuendo ad un nuovo modo di pensare il nostro paesaggio, che è il paesaggio toscano che tutto il mondo apprezza, nel quale ci identifichiamo e al quale leghiamo la parte più intima della nostra identità.
Un territorio diventa paesaggio quando su di esso agiscono uno sguardo e una coscienza.
Dovremmo ricordare che il paesaggio è sempre un manufatto umano, anche in quelle componenti che reputiamo spontanee: lo si costruisce di giorno in giorno, sia a livello simbolico che reale.
Un paesaggio è sempre prima pensato che realizzato, anche se spesso siamo portati a credere il contrario, e prima del paesaggio reale, fatto di “cose” ne esiste uno fatto di idee e di immagini.
Sono le immagini che abbiamo assimilato dal cinema, dalla letteratura, dalla pittura, dalla fotografia e che quindi fanno parte del nostro vissuto e delle nostre conoscenze. Siamo tutti più o meno consapevoli dell’enorme forza evocativa e simbolica del nostro paesaggio; amiamo le sue pietre, i suoi cipressi le sue vigne, le distese di girasoli, le strade bianche, gli ulivi, le pievi, i castelli, i boschi, i cascinali, e tutto ciò che ci rende orgogliosi.
Ma attenzione. Proprio il nostro paesaggio toscano, proprio ciò che consideriamo il frutto di saperi ed esperienze antiche, autoctone e locali, dal quale facciamo dipendere elementi importanti per la nostra vita come la genuinità dei cibi, la purezza delle acque, la qualità del vivere, la salute e tante altre cose buone, è invece il prodotto di lunghi e profondi processi di contaminazione. E non potrebbe essere altrimenti.
Sappiamo che il paesaggio toscano, da tempo indeterminabile, è stato oggetto d’interesse di viaggiatori, scrittori, pittori, registi e poeti; per tanto si è dovuto “truccare” per esigenze di scena; inoltre si è dovuto fare bello agli occhi dei turisti: tedeschi, inglesi, americani, giapponesi,ma anche italiani, e continua ancora oggi a farsi bello per gli occhi dei nuovi turisti, che da tutto il mondo continuano a scegliere la Toscana come meta dei loro viaggi.
Il paesaggio toscano si è quindi reso vendibile, fotogenico, attraente; si è trasformato sulla base di una “domanda estetica” di un turismo sempre più esigente, si è plasmato secondo i gusti e le volontà degli acquirenti che chiedono sempre più toscana, sempre più toscanità.
Ma è giusto far notare che alla costruzione del paesaggio toscano non vi partecipano solo gli occhi del turista. Credo sia doveroso ricordare che buona parte dei cascinali, delle ville, delle fattorie, dei fienili, dei casolari, delle coloniche un tempo abbandonati e ridotti a ruderi e poi trasformati in veri e propri gioielli del nostro paesaggio per il piacere di chi li abita o di chi vi soggiorna, sono fatti mattone dopo mattone con le mani di muratori albanesi, rumeni, marocchini, che magari senza volerlo hanno portato, anche se sotto la guida di maestranze locali, le loro tecniche, i loro saperi, il loro stile. Voglio dire che anche ciò che noi consideriamo la parte più originale ed intima della nostra identità di toscani, è frutto di mediazioni e contaminazioni culturali che non possiamo far finta di non vedere. Il paesaggio toscano che tanto ci rende orgogliosi si costruisce sempre di più per l’occhio del turista e con la mano dell’emigrato.
Il tema della contaminazione del nostro paesaggio toscano è presente persino in quegli elementi che amiamo definire spontanei, com’è il caso delle nostre erbe. Fra le trenta varietà che abbiamo trattato in questo libro c’è n’è una che più delle altre mi ha incuriosito, e non tanto per il suo aspetto o per le sue proprietà, bensì per il nome con cui veniva chiamata dai nativi delle colonie inglesi durante il secolo XIX: é la piantaggine, chiamta white man’s foot, ovvero del passo dell’uomo bianco, poiché i suoi semi furono diffusi ovunque dagli europei trasportati nel risvolto dei pantaloni.
Lo spirito col quale ho accettato di presentare questo lavoro è quello di guardare alla nostra terra, al nostro territorio e al nostro paesaggio rifiutando le rivendicazioni campanilistico-paesaggistiche che la smania per il prodotto locale e la cultura della tipicità di cui è il figlia, continuano a proporci e a diffondere. Magari, con la presunzione di aver afferrato, anche per un momento, il pensiero di Palomar e le sue riflessioni di fronte al verde praticello di casa. Ripartiamo dal raperonzolo.
Paolo Pecchioli
Antropologo Culturale, Università di Granada
Spagna
venerdì 3 novembre 2006
Apperley: uno sguardo inglese sull'Andalucia

L'occhio innamorato di Apperley
Apperley, il profilo
Apperley, George Owen Wynne.
Born 17th June 1884 in Ventnor, Isle of Wight, England.
Died in Tangier, 1960.
Educated at Eagle House, Sandhurst and at Uppingham School.


Studied art at Herkomer Academy, Bushey, Herts.
He first exhibited at the Royal Academy in London, 1905.
Mounted his first individual exhibition in London,1906.
Elected as a member of the Royal Institute of Watercolour Artists in 1914
Moved to Spain in 1916.
In 1932 during the civil war he left Spain and took up residence in Tangier.
In 1937 he received the Order of the Mehdavia ('Comendador de la Mehdavia').
In 1945 he was awarded the Order of Alfonso The Wise ('Encomienda de Alfonso X El Sabio') by the Spanish Government - an honour which no other British painter received during his lifetime.
In 1951 he was elected as a Distinguished Member of the Royal Academy of Fine Arts in Málaga, Spain.

Museums:
Bushey Museum, Herts., England
Museo Nacional del Prado, Madrid
Watford Museum, Herts., England
South Kensington Museum, London
Museo Provincial de Lugo, Spain
Museo Municipal de Bellas Artes, Tandil, Buenos Aires, Argentina
Museo de Bellas Artes, Granada, SpainSydney Museum, Sydney, Australia
Excmo. Ayuntamiento de Granada, Spain
Museum of Art, Brussels Palace, Belgium
Museo de Málaga, Spain


