martedì 2 febbraio 2010

Il paesaggio degli orti urbani: una lettura antropologica


















La cosmologia, la mitologia, le tradizioni storiche e le concezioni religiose di una comunità si proiettano sul territorio e vi si radicano, legando strettamente le vicende storiche e le istituzioni sociali con il contesto fisico e geografico.
(Condominas, G.)

Il paesaggio come fatto umano rientra nelle preoccupazioni dell’antropologia nella misura in cui è la posta in gioco dei rapporti sociali, supporto e risultato di percezioni comuni culturalmente consolidate. Il paesaggio è un’entità così umana da essere oggetto e pretesto di strumentalizzazioni, giochi di potere, meta di conquista e icona da esibire in rivendicazioni territoriali. Nel tempo, caricato di significati politici, è stato simbolo della nazione, della patria; quasi sempre è al centro del confronto tra il potere e i gruppi sociali che lo contestano.

















Ibridità omogenee
Dove le strade dritte delle zone industriali incrociano quelle di campagna, segnati da un recinto fatto di canne, reti da letto, vecchi infissi e brandelli di rete metallica ricoperti di vegetazione rampicante stanno gli orti urbani. Dove la terra sa di calce: la si lavora o con le ruspe o con le mani. Sottoforma di insediamenti o del tutto appartati, inglobati con gli elementi più “forti” della dimensione urbana, occupano interstizi, sottili strisce di terra fra un isolato ed un altro, bordi di strade e porzioni di suolo non asfaltate fra edifici pubblici, vecchie fabbriche, sopraelevate, raccordi stradali ed incroci. La contaminazione è totale: oggetti di recupero provenienti dalla città, re-inventati negli usi e nelle funzioni, si uniscono a quelli provenienti dalle abitazioni private degli stessi costruttori, arricchiti di una nuova carica simbolica. La gestione del territorio - di un “fuori” - riflette la socialità della vita condominiale, quindi di un “dentro”: dalla manutenzione all’ arredamento, dal senso di proprietà ai rapporti di vicinato. Possiamo infatti considerare gli orti urbani una dimensione abitativa parallela a quella primaria: una miscela di intimità domestica e culto della strada, di proprietà privata e terra di nessuno. Recintare è il primo atto significativo: nella costruzione di un orto prima di occuparsi della terra, ci si occupa del territorio. E’ un atto che non si esaurisce in un solo momento, ma dura col perdurare dell’orto: ad oggetti preesistenti se ne affiancano nuovi, e nulla sostituisce nulla, ma tutto si appoggia e si unisce al già presente.
La percezione estetica che i costruttori di un orto hanno del paesaggio non sempre è allineata con i canoni della sensibilità ecologica contemporanea: ciò che viene ammirato di questo paesaggio è piuttosto il modo in cui è stato lavorato, cambiato, e se e quanto esso sia utile. I canoni estetici di “un bell’orto” risiedono nel lavoro ben fatto, nella capacità con la quale si è data forma alla materia grezza con il proprio lavoro, nell’abilità con cui si sono resi efficaci oggetti ricavati inventando assemblaggi e sovrapposizioni. Allo stesso modo i canoni estetici attraverso i quali gli autori degli orti giudicano le loro costruzioni non corrispondono a quelli dell’architettura contemporanea, né ai criteri di ordine/disordine secondo il costruire - e oserei dire l’arredare “colto” della post-modernità. Esiste un corpo di saperi superiore cui i costruttori fanno riferimento, qualcosa di molto più solido che non l’estro o l’iniziativa personale dell’autore. Può meravigliare infatti la presenza di moltitudini, cataste e mucchi di materiali fra i più svariati, tanto da far pensare ad un preciso intento estetico basato sulla predilezione di due stadi opposti e reciproci: il bilico e l’incastro. Il bilico pervade gli orti in maniera omogenea riflettendo la leggerezza degli gli ambienti provvisori. E’ lo stadio delle cose solo appoggiate e sospese in equilibrio. Gli oggetti in bilico sono sottratti di fatto dalla dimensione terrena per quella aerea, insieme a tutto ciò che non tocca la terra. Paradossalmente persino le aree in cui gli orti nascono possono essere considerate in bilico: in bilico fra l’inconsueto e il canonico, fra il legale e l’abusivo, fra l’urbano e il rurale, fra lo stanziale e il precario. E’ una sfida alla vacuità che trova negli incastri, nelle cose conficcate fra loro l’una nell’altra o nella profondità del suolo, una risposta strategica. Ogni incastro esprime l’intenzione definitiva di aggrapparsi alla terra, preludio scaramantico contro l’incubo costante di una ruspa che un giorno o l’altro butti giù tutto quanto.

















Ridondanze
E’ significativa la costanza con cui certi oggetti ricorrano sempre con l’identica modalità di impiego da un orto ad un altro, da un insediamento ad un altro, anche distanti fra loro. Oggetti che curiosamente mantengono anche le stesse funzioni: basta pensare ai bidoni azzurri, alle reti da letto, alle lamiere ondulate ma soprattutto al vasto corollario di elementi derivati del vecchio arredo domestico cittadino, dai tappeti ai divani, dai tavoli ai lampadari.
Gli orti sono costruiti per lo più con oggetti che in casa non hanno più un posto, perché vecchi, rotti, consumati. Non è difficile trovarvi vecchi numeri civici collocati agli ingressi, citofoni guasti, cassette per le lettere, cornetti rossi scaramantici, o quadretti con immagini sacre, sistemati con seriosità, senso del paradosso e devozione sincera. Soprattutto per questo gli orti urbani si prestano a formidabile esempio di come “il paesaggio” sia allo stesso tempo contenitore e riflesso di scelte, necessità, e irrequietudini del gruppo umano che lo costruisce. Come un testo il paesaggio permette di essere letto: decodificarne la struttura vuol dire in sostanza arrivare all’uomo.

lunedì 18 gennaio 2010

venerdì 15 gennaio 2010

L'Oriente immaginato e l'architettura di confine


Il Grand Hotel Alhambra Palace









L’hotel Alhambra Palace di Granada è uno dei più significativi esempi di architettura orientalista in Europa. Il suo stile è associato a una particolare tendenza architettonica nata all’interno dell’orientalismo europeo nei primi anni del Novecento, allora nota come architettura alhambrista per il fatto di guardare a la Alhambra come a modello e riferimento stilistico.
Ciò che fa dell’hotel Alhambra Palace un edificio singolare, allora come oggi, è la peculiare lettura dell’oriente che emerge dalle sue forme: nulla, di fatto, è davvero orientale se non l’atmosfera che i suoi costruttori intesero restituire. L’architetto inglese Mr. Lowet e il granadino Modesto Cendoya disegnarono un edificio signolare e di stranissima mole, in cui le forme alhambriste si fondessero coi volumi di altri due grandi simboli dell’architettura arabo-ispanica come la Torre del Oro di Siviglia e las Murallas di Avila.
E’ questo il dato costante dell’orientalismo europeo
, ovvero la rielaborazione in chiave occidentale degli elementi architettonici tipici di un oriente idealizzato, mai reale, ma sempre filtrato dall’occhio occidentale sulla base di categorie culturali e canoni estetici propri.
Reale o immaginario, trasfigurato o fittizio, sta di fatto che sul finire dell’Ottocento, in Europa, l’Oriente è prepotentemente di moda.


E proprio la Alhambra, l’imponente roccaforte costruita dai Mori nel IX secolo, città-monumento-meraviglia e straordinario simbolo del potere arabo a Granada e in Europa, diventa così il riferimento artistico e mitologico di un’intera generazione di pittori, scrittori e intellettuali. L’Oriente è anche al centro della politica coloniale: sul piano internazionale la cosiddetta Controverse hispano-marocaine, che vede opposte Francia e Spagna per il controllo di alcune regioni del Marocco, s’innesca in un gioco d’interessi e d’alleanze strategiche che renderanno frenetica l’attività diplomatica in occidente. Aumentano notevolmente le visite e gli incontri ufficiali e con questi gli spostamenti di delegazioni, rappresentanti, ambasciate, consoli, membri onorari di legazioni, mediatori, interpreti, funzionari al seguito di ministri e governatori. Tutto questo gran movimento di un così particolare tipo di viaggiatori rende necessaria la presenza di strutture d’accoglienza adeguate, non solo e non tanto rispetto al numero dei viaggiatori, dal momento che viaggiare è ancora un fatto tutto sommato elitario, ma soprattutto allo status sociale degli ospiti. E’ in questi anni che nascono i primi Grand Hôtel, i Ritz, i Palace, i Royal; le società incaricate per la loro costruzione il più delle volte sono le stesse corporation alle quali sono affidati i progetti delle grandi infrastrutture del tempo come strade, porti, dighe e ferrovie. E’ l’era dell’ottimismo, la Belle Epoque, un trentennio splendente e velocissimo come il destino della vecchia e decadente nobiltà europea. Un mondo felice per poche migliaia di fortunati che dopo pochi decenni sarà liquidato sotto i colpi della prima guerra mondiale.
Ma nessuno sembra prevederlo quando a Granada, nel 1905, il duca di San Pedro de Galatino dà inizio alla costruzione del suo hotel Alhambra Palace, primo edificio con struttura in ferro mai realizzato a Granada e uno dei primi del regno di Spagna, meravigliosa concentrazione di lusso e raffinatezza, con teatro, cinematografo, sale per riunioni, celebrazioni e saloni da the. Le sale da gioco erano la sua principale attrazione, rigorosamente separate quelle degli uomini da quelle delle donne; per la cucina si contattarono cuochi italiani e francesi, sette pesetas per il pranzo e nove per la cena. L’Alhambra Palace era molto più di un hotel, era una sorta d’ambasciata occidentale sul confine con l’oriente, era il luogo dell’ostentazione dello stile di vita occidentale, vetrina delle sue conquiste, dei suoi eccessi e dei suoi vizi.

L’Alhambra Palace continua ancora oggi a rappresentare una delle tante risposte di Granada al suo bilico millenario fra Oriente e Occidente. Nello stile –orientalista e non orientale- nei suoi materiali –espressione dell’occidente industriale- e nella sua funzione –d’accoglienza delle elites politiche europee- l’Alhambra Palace è figlio di quella Granada che si sente occidente e che può permettersi di guardare all’oriente con quella distanza culturale che il suo passato ancora oggi sembra negarle.
articolo pubblicato sulla rivista AND 05

venerdì 4 settembre 2009

Una bella auto nuova. Bianca.


Tessera #8

Una bella auto nuova, lunga, bianca. Sono sempre piu' numerose sulle strade le auto bianche di grossa cilindrata. Segno di una nuova stagione, senza dubbio. A dire il vero non mi ero accorto di niente fino a quando il venditore della mia nuova auto non me lo fa notare: questa sarebbe bella anche bianca, mi dice mentre trattiamo il prezzo, avrá visto quante ne circolano adesso....
E in quel preciso momento iniziarono a correre per la mia mente tantissime auto, bianche, di grossa cilindrata, tutte quelle che fino a quel momento non avevo notato e tutte bianche, tutte lunghe, tutte grosse e pulite.
Sono stato anche io ad un passo da comprarne una.

sabato 2 agosto 2008

Un giorno in Europa: nuove forme di emigrazione




“Un giorno in Europa: nuove forme di emigrazione, è un
documentario appena sfornato dalla MelBal produzioni,
produttrice squattrinata che si è presa la bega di toccare un
tasto difficile e complicato: ma sarà vero che questi italiani
non sono più un popolo di emigranti? Sarà vero che il
fenomeno chiamato emigrazione riguarda il passato del
nostro Paese e non più il presente? Sarà vero che gli italiani
hanno smesso di far valigia alla ricerca di miglior fortuna
altrove?
Perchè quando parliamo di emigrazione ricevuta, e quindi di
marocchini, albanesi, rumeni, moldavi, rom, senegalesi,
nigeriani e tutto il resto, siamo più o meno tutti d'accordo.
Ma quando decidiamo, da italiani quali siamo, e quindi da europei, di guardarci allo specchio e disottoporci alle stesse domande, ponendoci allo stesso livello culturale e sociale e nelle stessesituazioni di coloro che chiamiamo emigrati, le cose cambiano.
Osservare le nostre realtà come osserviamo quelle "altre", implica uno sforzo culturale considerevole: è ciò che in antropologia prende il nome di straneamento culturale; implica in primo luogo la sospensione di giudizi morali e la volontà di rimuovere sovrastrutture culturali che negli
anni, sedimentandosi, hanno portato alla formazione di stereotipi e luoghi comuni nei confronti dell'alterita'. Vuol dire in altre parole capovolgere l'obbiettivo, puntarlo su noi stessi: è l'osservatore che diventa osservato.
E magari ci accorgiamo che gli italiani che vivono fuori dall'Italia sono davvero tantissimi, e che oggi come cinquant’anni fa molti italiani continuano a cercare fuori dal proprio Paese possibilità nuove, come cambiare il proprio status, la propria situazione affettiva o economica, mettendo in discussione il proprio senso di identità o la propria idea del mondo. E magari ci accorgiamo che di
queste nuove forme di emigrazione e delle dinamiche che le muovono si sa ben poco: mancano cifre, dati, testimonianze. Cerchiamo di capire perché.
Un giorno in Europa si compone di quattro storie, quattro storie di italiani all'estero. Le loro vicende private si intrecciano con i risvolti della nuova realtà europea in città quali Berlino, Praga, Santiago de Compostela, Amsterdam e Prato, che è la realtà da cui provengono. La vita affettiva, il lavoro, le
aspirazioni, le difficoltà di quattro persone che solo trenta o quaranta anni fa avremmo chiamato emigranti. E oggi come dovremmo chiamarli?
Dolce, delicato, ironico e commovente. Va visto”.

Paolo Pecchioli
Antropologo culturale

Regia: Ettore Melani.
Montaggio: Nadia Baldi.
Durata 1h